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Perché scrivi? Una domanda la cui risposta, con ogni probabilità, richiederebbe un’opera dedicata.

Le risposte sono sfaccettate e mutevoli nel tempo e nello spazio, se per spazio consideriamo sia quello dentro che quello fuori dal nostro essere.

I primi ricordi legati alla scrittura risalgono a circa quarant’anni fa, prima di diventare adolescente.

Non mi riferisco agli esercizi scolastici che tutti noi abbiamo svolto ma ad alcune lettere che indirizzavo a un non meglio identificato mister X. Scrivevo, ponevo domande, ipotizzavo risposte.

Perché scrivevo quelle lettere? Volevo capire il mondo che mi circondava e chi era il ragazzino che l’affrontava. Lo stesso motivo, fermare su carta pensieri e sensazioni per interpretare il mondo e soprattutto me stesso, mi ha spinto a scrivere L’arcobaleno nel deserto – Diario di un bipolare.

Le prime versioni sono stati chiari esempi di autoterapia letteraria. Quando, infine, sono guarito ho compreso che la mia esperienza poteva essere utile ad altri così ho distillato le mie vicissitudini e i miei successi di paziente tornato alla vita per dare speranza.

Ho continuato a scrivere, poi, per cimentarmi con altre sfide, forse anche per ricompensare la parte narcisistica del mio ego. Con Scripta volevo capire se ero in grado di scrivere un romanzo lungo.

Comunque, ciò che ti impone di iniziare un lavoro che sai che durerà anni è una ragione più profonda: tu pensi di dover dire qualcosa che reputi importante, hai un messaggio per i lettori e devi farglielo arrivare. Sei disposto a salire su una goletta, lasciare il porto, navigare per mesi fino a giungere in mezzo all’oceano solo per lanciare in acqua la bottiglia contenente il tuo messaggio.

Talvolta qualcuno mi chiede come mai io scriva opere di genere diverso e come riesca a spaziare tra una e l’altra restando credibile.

La risposta alla seconda domanda è la prima domanda. Riesco a rimanere credibile perché scrivo opere di genere diverso. La mia natura e la mia creatività mi impongono di cambiare spesso genere per alimentare la curiosità, per non far affievolire la passione per la ricerca.

Sono costretto a muovermi sempre su nuovi terreni perché sono eternamente inseguito da quella terribile creatura che è la noia. O forse, per voler dare un’immagine più positiva, ho la necessità di guardare, e descrivere, sempre un nuovo paesaggio.

Le incredibili avventure del Cavalier Cotoletta, improvvisate e brevi, sono servite a dare sfogo alla mia creatività senza dovermi impegnare per anni su un romanzo lungo. Ovviamente servono anche per invogliare le bimbe e i bimbi alla lettura oltre che a divertirli cercando di regalar loro un sorriso.

Ed eccoci giunti alla sintesi finale. Perché scrivo? Per dare!

Dare a me stesso risposte sul mio essere, sul mondo, dare al mio io ricompense, dare sfogo immediato alla mia creatività.

E, poi, dare agli altri: speranza, messaggi, visioni, sorrisi, emozioni. Scrivo perché più dono agli altri più ricevo.

Sì, perché quelle ricompense sono intuizioni balenanti, soddisfazioni per trame che ritieni ben congegniate, la consapevolezza che un tuo personaggio farà compagnia a una piccola lettrice o a un piccolo lettore, la gioia di sapere che il tuo messaggio è giunto a destinazione e, soprattutto, brividi.

Brividi speciali che si presentano solo se tu doni davvero tutto te stesso. Brividi che testimoniano che hai sfiorato l’Amore universale.  

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